TEATROMONDO - Da Sarajevo a Belgrado, traumi del passato e vertigini del presente

Articolo di Franco Ungaro pubblicato sull'ulimo numero di HYSTRIO

Articolo di Franco Ungaro pubblicato sull'ulimo numero di HYSTRIO
 
TEATROMONDO 
Da Sarajevo a Belgrado, traumi del passato e
vertigini del presente 
 
Mentre estetica e politica riempiono la scena al Mess di Sarajevo, città ancora “sotto assedio” e in cerca di una difficile pacificazione post-bellica, al Bitef di Belgrado si va alla scoperta del nuovo teatro con spettacoli provenienti da tutto il mondo.
Di Franco Ungaro
Nonostante tutti i tentativi di rimozione, l’assedio rimarrà per sempre il topos di Sarajevo. Impossibile dimenticare quei lunghi quarantatré mesi, dal 1992 al 1995. Per di più, se ti dirigi a Baš?aršija, il cuore più antico della città, non puoi non incrociare la Galleria 11/07/95, in memoria del giorno in cui i reparti del generale Mladi? entrarono nella safe area di Srebrenica, compiendo uno dei genocidi più orribili della storia. Dentro ci sono foto e video che ti fanno rabbrividire, fuori ci sono gli edifici ancora bucherellati da proiettili e granate. Stesse emozioni che rimbalzano fin dentro il festival Mess, fin dentro l’assemblea generale della European Theatre Convention che riflette quest’anno proprio sul tema della città, su questa città: Sarajevo. «Noi siamo ancora sotto assedio», confessa Dino Mustafi?, direttore del festival giunto quest’anno alla sua cinquantaseiesima edizione. «Qui eravamo una famiglia allargata, ora siamo una città più divisa che mai». E il festival fa i conti soprattutto con l’eredità che le guerre lasciano, discriminazione e odio al posto della solidarietà, disperazione al posto della speranza, nazionalismo al posto del multiculturalismo. «Viviamo tempi pericolosi, per questo motivo proviamo a far circolare temi etici dentro il teatro – continua Dino Mustafi? – proviamo a coniugare in maniera radicale estetica e politica». Ce n’è tanta di estetica e politica in While I was waiting, lo spettacolo della compagnia siriana Mohammad Al Attar con la regia di Omar Abusaada, passato nel giugno scorso al Napoli Teatro Festival e poi ad Avignone, Parigi, Marsiglia, Ginevra, Atene. Una prospettiva singolare quella di Taim, entrato in coma per le percosse subite a un checkpoint di Damasco, una focale per guardare a quanto succede oggi in Siria e raccontare il tempo della guerra, il tempo della sospensione fra la vita e la morte. La vita che ci sfugge dalle mani per nostre responsabilità e colpe è il tema caro al giovane autore croato Dubravko Mihanovi? che ha scritto uno spettacolo di successo, The frog, con la regia di Elmir Juki?. E i malesseri che covano ed esplodono dentro una famiglia serba nel tempo lungo di quattro generazioni nella transizione dal passato al presente, dalla ex Jugoslavia all’Unione Europea, ispirano il brillante spettacolo Three winters per la regia di Ivica Buljan e un cast affiatatissimo di attori e attrici, da Ksenija Marinkovi? a Dragan Despot, da Jadranka Doki? a Barbara Vickovi?. Tra separazioni e ritrovamenti, tra illusioni e nuove scoperte, i destini della famiglia e i destini dei Balcani scorrono parallelamente in un gioco parodistico e satirico che massacra vecchie e nuove ideologie.
Prima di lasciare Sarajevo, irrompe la tensione dentro il Teatro Sartr dove andava in scena lo spettacolo Our violence and your violence per la regia di Oliver Frlji?, bosniaco di nascita e croato di adozione, tra i registi più radicali e provocatori. All’interno e all’esterno del teatro si schierano reparti di militari che assediano e controllano gli spettatori uno per uno. Da tempo i cattolici hanno scatenato una campagna denigratoria contro lo spettacolo ottenendo l’accesso limitato solo agli ospiti internazionali e alla giuria e provocando in tal modo le reazioni opposte dei gruppi islamici. Ancora paura, tanta paura. A Sarajevo la felicità la puoi solo rincorrere, irraggiungibile e perduta. Lasci allora la città con la certezza che non riuscirai mai a fermare «l’attimo cristallino in cui a dar retta ai sogni la vita si tramuta in una favola», come scrisse Miljenko Jergovi? ne Le Marlboro di Sarajevo. Le 50 primavere del Bitef Te ne vai con l’amaro in bocca e un po’ di tristezza nel cuore e, a soli trecento chilometri di distanza, trovi Belgrado e il Bitef. E Bitef vuol dire Belgrade International Theatre Festival, un festival che quest’anno celebrava il suo Giubileo e i cinquant’anni di attività, una città di confine fra Est e Ovest. Porta d’Europa, oggi più che mai. Quella città verso cui convergono da sempre, come verso la donna più bella, aspirazioni e sogni di tanti e che solo nel secolo passato, con una eccentricità tutta balcanica, è stata dapprima capitale del Regno di Serbia, poi del Regno dei Serbi, Croati e Sloveni, del Regno di Jugoslavia, della Repubblica Popolare Federale della Jugoslavia, della Repubblica Federale Socialista di Jugoslavia, della Repubblica Federale di Jugoslavia, dello Stato della Serbia e del Montenegro e infine, oggi, della Repubblica Serba. Quanto a bellezza e fascino, il Bitef non è stato da meno in questo mezzo secolo di vita, attraendo a sé il top del teatro europeo e internazionale in un albo impressionante che non ha precedenti ed eguali, da Grotowski a Kantor, da Lepage a Brook, dal Living Theatre a Pina Bausch, da Ostermeier a Rodrigo García alla Fura dels Baus, da Romeo Castellucci a Emma Dante ai Motus. Dopo la scomparsa dei fondatori Mira Trailovi? e Jovan ?irilov, il festival si interroga ora su cosa possa significare “nuovo”, nella consapevolezza – come dice il neo-direttore artistico Ivan Medenica – che è diventato più difficile rispetto ai Sessanta e Settanta riconoscere le nuove tendenze. Ecco, quindi, che il Bitef cerca di riprendersi la sua vocazione internazionale chiamando artisti da Singapore, Cina, Germania, Francia, Austria, ospitando l’Associazione Internazionale dei Critici di Teatro e invitando per la cerimonia d’apertura artisti di spicco come Eimuntas Nekrošius e Bob Wilson, che dedica, immobile sul palcoscenico, cinque indimenticabili minuti di silenzio a Jovan ?irilov. Post-drammatico vs post-coloniale Le giornate scorrono in un rutilante succedersi di conferenze presso la Cineteca Jugoslava, spettacoli con gli allievi delle Accademie Teatrali in Università, showcase del teatro serbo e spettacoli di nuovo circo, di compagnie emergenti e di teatro partecipato, presentazioni di libri, installazioni, dopo-teatro in luoghi simbolici come il Klub KnjiĹľevnika, meta privilegiata di Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir ma soprattutto di Danilo Kiš, Zoran Radmilovi?, Momo Kapor, Matija Beckovi?, Dobrica ?osi?. Nella varietà caleidoscopica delle proposte artistiche, tra dramma, danza, teatro musicale, documentary theatre, emerge quello che Slobodan Savic, giornalista della Televisione Nazionale Serba, chiama «l’incontro fra teatro post-drammatico e mondo post-coloniale» per dire della impronta radicale che il festival ha preso affrontando temi caldi come quello della crisi dei rifugiati e dell’attitudine neocoloniale e ipocrita dell’Occidente che è alle origini di quella crisi. Tema emblematicamente affrontato in Compassion. The history of the machine gun di Milo Rau (in arrivo a marzo, in Italia, all’Arena del Sole di Bologna) dove il teatro procede parallelamente all’inchiesta giornalistica e viceversa, con lo sguardo acuto, freddo e critico sulle contraddizioni del presente, i profughi che attraversano il Mediterraneo, le guerre e le malattie in Africa, raccontate attraverso interviste alle Ong, a gente di chiesa e alle vittime stesse di quelle guerre. Analoghe le motivazioni di The ambassador: a German-African Singspiel, un’opera neo-brechtiana con un cast poliedrico di giovani attori, danzatori, musicisti tedeschi e ivoriani ben diretto da Monika Gintersdorfer e Knut Klassen. Ci raccontano con ironia, sarcasmo e tanta verità le malefatte e le ambiguità di due differenti ambasciatori in Africa con due differenti approcci al ruolo, ora negoziatori ora corruttori, ora rispettosi degli indigeni ora complici del potere, della violenza e della corruzione. Frequentano visioni e mondi quasi opposti 6&7 lo spettacolo di danza coreografato da Tao Ye per il TAO Dance Theatre di Pechino e The ridicolous darkness del Burgtheater di Vienna: tanto astratto, geometrico, minimale, visivamente raffinato eppure ipnotico e ancestrale è l’uno, tanto eccessivo nella verbosità ridondante da storytelling è l’altro, una copia teatrale di Apocalipse Now che, a differenza dell’originale, sorprende ed emoziona poco. Ma in programma ci sono anche gli spettacoli provocatori e viscerali di András Urbán a render conto di nazionalismi e di conflitti etnici mai estinti, di doppie identità diffuse tra serbi e ungheresi, tra serbi e kosovari, tra serbi e croati e così via. Il Bitef di Ivan Medenica e Anja Suša sopperisce così alla visionarietà dei grandi maestri teatrali raccontando le vertigini della contemporaneità e, insieme al festival, Belgrado si riprende quel fascino di città dannata e ribelle di sempre, che genera pensiero critico e bellezza, «un vizio a cui non posso rinunciare», come scrisse Dušan Veli?kovi? in Serbia hardcore. 
 

Pubblicato il 12/01/2017


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