La -posta- e lo jus per la pesca

Estratto dal libro "Attrezzi e uomini di mare a Santa Maria di Leuca" di A. C. Morciano e V. Cassiano.

La "posta" e lo jus per la pesca

(MARZO 1927)

L'attività della pesca, a Leuca, è stata sempre ricca di drammatici avvenimenti che hanno caratterizzato le vicende umane dell'intera comunità leuchese. Essendo il mare la principale risorsa per il mantenimento delle famiglie, quasi sempre numerose, i pescatori hanno dovuto affrontare rischi, intemperie, disagi, pur di ricavare il necessario per il sostentamento.

Uomini forti, coraggiosi, attivi, spesso taciturni, ma sempre aperti a comunicare le proprie ansie, problemi e difficoltà agli altri, hanno espresso, a contatto con la dura realtà marinara, il senso della generosità e della speranza. Impegnati in un tipo di lavoro, quasi sempre rischioso e soggetti continuamente all'eventualità dei repentini cambiamenti del mare, del vento, hanno maturato quella naturale inclinazione alla "speranza" del mare calmo, nel tempo clemente, nella "calata" pescosa.  Una speranza, quindi, sorretta dalla necessità di vivere in un ambiente avaro di risorse.  L'episodio che viene riportato, uno dei tanti che, purtroppo, hanno tenuto teso il cuore di numerose famiglie, è accaduto nel mare di Leuca, uno dei più esposti al vento e quindi facile ai repentini cambiamenti.  La vela e i remi che costituivano la normale forza di spinta per la barca, spesso, di fronte all'improvvisa burrasca, diventavano strumenti insufficienti per un normale rientro allo "scalo" per cui di dovevano affidare alla propria esperienza di "lupi" e alla buona sorte.  Ciò avveniva perchè la pesca si esercitava sia lungo la costa che lontano, al largo del Capo, ad una distanza di circa 3 - 4 miglia. I pescatori di Leuca, da tempo immemorabile, esercitavano fino 60 - 70 anni fa vari tipi di pesca (reti, nasse, sciabica, conzu, ecc.) tenendo presente particolari punti di riferimento chiamati "Pascare" che rappresentavano delle vere rotte verso cui quotidianamente orientavano le barche. Le pascare erano, infatti, punti convenzionali, di comune conoscenza ereditati da una tradizione secolare e rappresentavano una specie di topografica marittima ricavata dalla denominazione di punti noti (Meliso, Ristola, ecc.) oppure dalla fantasia degli stessi pescatori partendo da particolari conformazioni dello scoglio (rutteddha, cappellone, ecc.). una delle "pascare" più ambite era la "POSTA" situata presso la punta Meliso. Costituiva, un tempo, un luogo di passaggio, dei pesci costretti e portati qui dal gioco di correnti. Una piccola insenatura quindi molto pescosa e perciò ambita da tutti.  Tutti avevano il diritto ad occupare tale posto ma una volta assicuratoselo e messo un segnale di presenza scattavano particolari criteri di mantenimento.  La presenza di un segnale, cosstituiva un segno di diritto acquisito che si esercitava mediante l'attività del "calo" delle reti da effettuarsi ogni sera, all'imbrunire, all'ora dell'accensione del faro.  Si perdeva tale "jus", fondato sulla convenzione stabilita dagli stessi pescatori se non si "calava" o per negligenza, cosa assai rara, o per l'avvento di una tempesta che non permetteva di "varare" la barca e quindi di recarsi sul posto.  Condizione essenziale per il mantenimento della "posta" era la presenza quotidiana all'ora vespertina, della barca. Poteva accadere anche di non calare le reti, bastava la "presenza" della barca in loco.  Per questo motivo era comprensibile da parte di tutte le barche la speranza di prendere la posta vigilando assiduamente, soprattutto quando c'era burrasca, se usciva o meno la barca avente lo "jus" a calare.  Ebbene l'avventura che ci è stata raccontata dai superstiti rientra nella logica dei pescatori decisi a difendere undiritto a tutti i costi. 

Siamo nel marzo del 1927, la barca "ITALIA", proprietario Morciano Salvatore, detto "Lu Teve", aveva da tempo lo jus sulla "posta" per cui secondo la consuetudine doveva calare le reti. Il tempo, quella sera non dava affidamento perchè uno scirocco levante si faceva sempre più minaccioso. Il coraggio doveva superare ogni titubanza per cui i pescatori della barca "Italia" : Morciano Vito (lu Teve), figlio del proprietario, Petracca Michele (Lassandru), Vallo Francesco (Ncicchi de la Maria Tula), Vallo Nicola (fratello di Francesco) e Milo Cosimo (Pennulu), sprezzanti i lmare, iltempo e tesi solo a mantenere la posta, dopo avere varato la barca, si avviano, a remi, raggiungono la posta calano e fanno ritorno. Nel frattempo il mare "aumenta", il vento si fa minaccioso impedendo in tal modo di accostare la barca allo "scalo". Fu gioco forza ancorarsi al largo delle grotte Cazzafri, poco distanti dallo scalo Joca. In questo modo rimangono in acqua alcuni giorni perchè impossibilitati all'approdo. La fame e la sete si fa sentire, non possono scendere in alcun modo e per poter ricevere qualcosa, sono costretti con grande rischio ad accostarsi vicino alle grotte, unico punto da cui si poteva calare il cibo con funi.  Dopo alcuni giorni di permanenza uno della ciurma, Morciano Vito, viene tirato su. L'abilità di questo pescatore si dimostra anche nel collaborare con quelli che dall'alto della scogliera impartivano ordini disicurezza: con una salto da acrobata, "lu Teve", riesce ad aggrapparsi sullo scoglio e come un granchio spericolato, raggiunge la parte superiore della grotta. Con altrettanta bravura, scende in barca il fratello di Vito, Morciano Ippazio (lu Teve).  Fu proprio durante questa sosta forzata che un repentino cambiamento di tempo provò ulteriormente il coraggio dei pescatori. Venne su, infatti, una burrasca da Ponente che disorientò tutti, particolarmente i parenti che dagli scogli dello "Scalo Joca" e delle Cazzafri, davano conforto e coraggio. Non bisognava indugiare.

Il mare ingrossava sempre di più, il vento sembrava sbatterli, da un momento all'altro, sugli scogli. Fu a questo punto, dicono i superstiti: Morciano Ippazio e Vallo Nicola, che il coraggio e la forza si fecero presenti al di là di ogni misura dando così inizio all'operazione "speranza".  Decisero intanto di alleggerire la barca gettando in mare tutto ciò che poteva ingombrare e si diressero, spinti dal vento e sballottati dalle onde, verso ponente. Col mare sempre più "forte" dovevano forzatamente andare secondo come il vento li spingeva aiutandosi con i remi ed equilibrando la barca per non affondare. Doppiata punta Meliso, istintivamente guardarono il faro ma soprattutto il Santuario della Madonna di Leuca invocata sempre dai pescatori nei momenti di maggior pericolo.  Ebbero un attimo di sconforto quando videro il mare di Levante più cupo e ingrossato. Intanto le forze incominciavano a venir meno, i contatti con i familiari si erano perduti perchè la scogliera allora non permetteva di seguire a terra la barca che in quelle condizioni ormai era in preda del mare e del vento.

Sembrava impossibile trovare un approdo. Il tempo scorreva fiaccando sempre più le forze, il coraggio e la speranza dei vecchi "lupi".  Ma nonostante fossero sul punto dello stremo delle forze, l'istinto di conservazione e il pensiero dei familiari che da giorni ormai trepidanti seguivano l'avventura, rinforzò la speranza della salvezza.  Fu così infatti che dopo una lunga ed estenuante lotta cola mare sempre più minaccioso ed agitato, i pescatori si accorsero di essere nelle vicinanze di Punta Novaglie, una località a circa sei miglia da Leuca. Ebbero un sussulto di gioia anche perchè dall'alta scogliera provenivano segni di incitamento e di coraggio: erano i pescatori e familiari che con grande speranza gridavano ai "lupi" di accostarsi con prudenza alla riva.  Alla meglio iniziarono i soccorsi. L'ansia di approdare, sia pure in modo pericoloso, animò l'equipaggo della barca. Intanto i pescatori da terra davano ordini sul come accostarsi senza farsi sbattere dalle onde. Dalla barca gettarono una fune (calaru) per agganciarsi ai soccorritori.

Niente da fare, le onde ruppero la fune e i remi.  Ormai privi di remi erano in balia assoluta del mare. Uno dei pescatori, Morciano Ippazio, nel tentativo di spingere la barca a riva, si getta in mare ma viene travolto dalleonde e scompare. La furia del mare lo strappa e lo sommerge facendo perdere ogni traccia. I compagni non lo vedono, entrano in agitazione, temono il peggio, annaspano tra la schiuma del mare, e finalmente riescono a vederlo tra i flutti. Stava per scomparire tra il risucchio delle onde quando i compagni, curvi sul lato della barca, lo acciuffano per i capelli.  Da terra dopo aver assistito attoniti alla scena, danno suggerimenti di gettarsi e raggiungere un isolotto da cui si sarebbero potuti accostare a riva o a nuoto o con mezzi di fortuna. Decisero così. In quattro riuscirono a portarsi sullo scoglio mentre uno solo, il più anziano Cosimo Milo (lu Petu), rimase sconsolato sulla barca. Messi in salvo i quattro che con funi e tavole erano riusciti a raggiungere la riva ormai stramati, si pensò al superstite che più che mai si vide un'immediata fine drammatica.

Senza remi e primo di orientamrnto lo sfortunato Cosimo, seguendo i suggerimenti dati da un pescatore presente, getta in mare un'ancora (la mazzara) allo scopo di fermare la barca. Tentativo fallito a causa di un'onda che lo avvolge e tramortisce. Dopo un po' gli viene suggerito di affondare la barca ed aggrapparsi ad una boa (camaru) che nel frattempo avevano buttato in mare dallo scoglio. Avvinghiato a questa boa con l'unica speranza di potersi salvare il povero Cosimo raggiunse anche lui, stramato, la sospirata riva. Per tutti i presenti fu un attimo di gioia e di ringrazziamento alla Madonna di Leuca.  Si concluse così quell'episodio drammatico che ebbe origine per una ragione di sussistenza per il coraggio di affrontare il mare e per la salvaguardia di un diritto acquisito: "la Posta".

Antonio Corrado Morciano


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