Leuca - Estate 2011 - Di grotta in grotta a Finibus Terrae

Solcando i capricci delle onde

Di grotta in grotta a Finibus Terrae
solcando i capricci delle onde
di Marina Greco


da  quisalento


Santa Maria di Leuca - Leuca dal mare è tutta un’altra cosa. Quando la terra sembra finire, e un cartello ad un bivio sancisce che questa è la soglia de finibus terrae, un nuovo scenario può aprirsi se si è disposti a lasciare la costa solcando i capricci delle onde. Il faro svetta sull’akra japigia, il promontorio che dei millenni di approdi e partenze è memore silente, verdeggiato dalle fronde osannate dai grilli che fanno eco al tramandarsi di miti e leggende. Dove un tempo si adorava la dea Minerva oggi si invoca la Madonna, e il santuario d’un fulgido candore si contende “il giudizio di Paride” con le celebri ville variopinte, ma è sbagliato credere che Leuca sia tutta qui.
Grotte, anfratti e calette si celano alla vista, anche di quei “signori” che hanno incastonato le proprie case a picco sul mare, pressappoco mimetizzate da strutture a secco che, sbeffeggiando demanio e veti, camaleontiche si sono accaparrate un posto in prima fila verso l’infinito. Caverne, giochi di luce e sculture del mare eclissate perfino ai terrazzamenti dispettosi che si sono distesi sulla nuda pietra, come cavee d’un antico teatro greco all’incrocio dei due mari.
Per esplorare le grotte di Leuca non servirà un “apriti sesamo” di fiabesca tradizione, ma un valido “lupo di mare” per condurre l’immaginazione dove non contava d’arrivare: Isacco Margarito, leuchese doc, aveva sette anni quando il nonno gli donò un gozzo e la libertà di remare. È socio fondatore della “Byron Sea”, nome insolito per un’attività legata al mare. “Inizialmente”, racconta Isacco, “volevo onorare la memoria del mio bisnonno Michele che nel 1918, durante la guerra, salvò 108 soldati francesi da una nave silurata che affondava lentamente”. Avvistata l’esplosione, l’antenato vogò per sei ore prima di raggiungere la nave. Il mare poi, impietosito, restituì i corpi di chi non ce la fece, che ebbero degna sepoltura nella cappella francese, ancora esistente, al camposanto di Castrignano del Capo. Se non che Byron, splendido e fedele Terranova da salvataggio della moglie di Isacco, morì a pochi giorni dalla creazione della cooperativa, e nacque così la “Byron Sea”.
La barca lascia il molo e la guida, sguardo verdazzurro attinto dal mare, celebra il borgo “leukòs” e indica la monumentale scalinata alla fine dell’Acquedotto pugliese. Leuca ozia, sdraiata tra Punta Meliso, guida spirituale per i pellegrini e avamposto luminoso per i naviganti, e Punta Ristola, giro di boa, cuspide della penisola salentina. La costa s’allontana, le ville sono gocce di tempera su tela bianca, cornice d’azzurri a confronto diluiti nel verde della collina su cui il tempio sacro è un’acropoli lattescente. La sentinella del mare, con i suoi 102 metri, veglia su Gianluca, il sub che nell’assolata mattina, realizza il suo sogno depositando a 15 metri di profondità, la statua della Madonna del mare. Niente telecamere né preti, solo la maestosità del faro è testimone dell’evento, mentre una corona di fiori galleggia sulle acque e chiede protezione per la gente di mare. I gabbiani librano il vento indicando al motoscafo la rotta; le scie di spuma prolungano quelle fumose dei solcatori del cielo e i blu si stemperano in una tavolozza di tonalità.
La prima sorpresa, vista dal mare, a Levante è una villa privata che, come metafora di gironi danteschi, sotto la soglia del paradiso, si stende nella “zona militare”; sono dunque questi “Gli umili luoghi” citati da Vittorio Bodini in “Finisbuterrae”? Proprio qui “i salentini dopo morti fanno ritorno col cappello in testa”?
Muretti a secco fanno le gradinate del teatro, spalti vuoti assistono, a fine giornata, allo spettacolo del mare che ingoia un sole d’arancia. Vertiginosa è la scogliera, si staglia inespugnabile a picco sul mare, come roccia che non vuole capacitarsi d’aver ormai assolto al compito di scoraggiare sanguinari conquistatori d’Oriente: “Qui il fondale sta minimo a 50 metri”, informa Isacco, “perciò noi leuchesi lo chiamiamo mare spunnatu (letteralmente “sprofondato”, Ndr)”.
I capolavori della natura, però, solo da qui si possono ammirare, dal mare stesso che nei millenni li ha scolpiti e levigati con la sua creatività, a seconda dell’umore. Quelle che da lontano appaiono ombre lunghe e strette, protese verso il cielo come guglie gotiche sulla pietra coccolata dal sole, d’improvviso guadagnano profondità nella terraferma, schiudendosi come bocche meravigliate, mentre l’estro dell’uomo perde fascino paragonato al talento delle onde. Prima tappa: la Grottella, meta preferita per le arrampicate a mani nude. Sono tanti e curiosi i nomi che i leuchesi hanno dato alle caverne, come la Grotta di Terrarico, detta Tenda degli indiani. Addentrandosi in profondità si scopre che i piccioni sono i suoi unici abitanti, le pareti sfumano in un verde fluorescente che degrada nel viola, catarifrangente al percorso dello scafo. Il logorio delle onde, a Est quasi sempre bizzose, ha creato all’entrata un mostro di pietra che, tra qualche secolo, s’inabisserà nel mare. “L’erosione modifica ogni giorno le rocce”, spiega Isacco, “e noi ci accorgiamo delle differenze anno dopo anno”. Da qui solo 46 miglia, due ore appena, separano il Tacco dalle “sacre sponde” che si specchiano “nell’onde del greco mar da cui vergine nacque Venere”, un canale sempre pronto a stupire, con i delfini che si affiancano ai naviganti ridendo o, rammenta Isacco, “pescecani lunghissimi, come quello che una volta scortò minacciosamente il mio gommone di otto metri, e lui era ben più lungo. Chi se lo dimentica…”
Giunti alla Grotta de lu purraru, guardando in alto, stalattiti acuminate incedono dall’unico punto in cui il fragore del mare non arriva, mentre la Verdusella è interdetta alla navigazione per via di un masso in bilico pronto al tuffo del non ritorno. Nella rientranza successiva l’accesso privato di un residence ha inflitto alla roccia ferro e corde: la discesa dei privilegiati non è comunque agevole e la ferraglia stona quanto un inutile deturpo. Isacco volge la prua alla Grotta dell’orto cupo “il cui interno”, spiega, “è simile a un orticello buio e tranquillo”. Le pareti rocciose sembrando mosse dal vento e un gioco di luci diverte occhiate repentine che non vogliono farsi sfuggire riflessi unici di cristallo liquido.
    

A fianco la Grotta del soffio genera un magico mulinello d’acqua e aria, nebulizzata all’esterno come se la terra sbuffasse. L’apertura è a filo d’acqua e solo lasciandosi trasportare dal risucchio completamente immersi, si può riaffiorare nell’antro, con l’impressione di sfociare in un universo parallelo per il fascino dei colori e la sensazione di leggerezza: uscirne è come venire al mondo una seconda volta, spinti oltre l’imbocco dalla pressione interna.
La traversata continua fino alla Grotta della Vora, o Cattedrale: il sole filtra da un rosone scolpito dalla maestra natura, è mezzogiorno e i raggi precipitano nel foro come il faro che sul palco è fisso sul protagonista, il fondale infinito del “mare spunnatu”. Sull’Adriatico la vegetazione non attecchisce creando corollari d’alghe e giardini di piante, non ne ha il tempo: la forza del mare ha la meglio, soprattutto in inverno, quando Eolo è impetuoso portando le onde oltre le barriere rocciose. Nella Giuncacchia, invece, i raggi giocano con il verde facendola sembrare una distesa di giunchi, da cui il bizzarro nome. La Grotta delle Mannute, invece, deve il suo alle numerose stalattiti dalla parvenza di piccole mammelle.Si potrebbe risalire ancora, ma l’astro diurno va in altra direzione, al litorale di Ponente che abbraccia uno Ionio meno nervoso e istintivo di quello oltre Ristola. Il ponte d’asfalto da cui, giusto un anno fa, Benedetto XVI salutava i salentini, passa sul tratto di mare che, decenni fa separava due scali: quello dei pescatori di Castrignano, che per uscire in mare attendevano il corno suonato puntuale alle 5, e “l’arena de li cavaddhi”, dove contadini di Salignano usavano lavare i cavalli, su cui oggi c’è il porto turistico.

immagini delle grotte di levante


La più celebre grotta di Leuca s’affaccia soltanto, senza aprirsi allo Ionio: è La Porcinara, il cui accesso da terra è interdetto da perentorie cancellate che proteggono impronte millenarie dalla smania di sfacelo che caratterizza l’essere umano di giovane età. Qui, gli antichi si rifugiavano in preghiera per compiacere il dio del mare, sulle pareti dei tre vani, segni inconfondibili del culto di greci e messapi, iscrizioni ed epigrafi stratificate a partire dal VI secolo a.C., tracce di naviganti di passaggio o di genti del luogo, preghiere d’aiuto, protezione o ringraziamento agli dei, croci e invocazioni a Batas, ad Afrodite, a Madaraus.
Punta Ristola, acuita estremità dell’Italia sud orientale, è protesa verso Punta Alice che dalla Calabria la fronteggia: cento chilometri appena, “colonne d’Ercole” del Golfo di Taranto. La Ristola si prolunga dalle fauci della Grotta del Diavolo, già segnalate nel ‘700, in tempi antichi si credeva fosse la “porta dell’inferno” attraverso cui passò Telemaco alla ricerca del padre Ulisse. Leuca è cullata dalle sue punte, dondolata ora da canti e salmi riportati dal vento, ora da echi dannati che il mare amplifica con i suoi scrosci spumosi. Inferi alle spalle, un’angelica insenatura vanta tonalità turchine che indicano fondali non più come abissi: era l’ampia Grotta del cerchio, sprofondata secoli fa. In alto si vede uno scivolo in cemento: “Non è un trampolino”, dice Isacco, “ma la pedana da cui si gettavano in mare i rifiuti liquidi. La conca è detta per questo “bocca del maiale”. La scogliera si fa meno frastagliata, come bagnasciuga di roccia levigata, ci si infila nella Grotta di mesciu Scianni: maestro Gianni, ufficialmente, era falegname e qui raccoglieva pietre per farne attrezzi; oppure, mesciu Scianni, versione sussurrata per non far rimbombare l’incavo di ricordi spiacevoli, era pescatore e usava deflagrare le spine dorsali dei pesci con esplosivi artigianali. I poveri pesci, infilati in grossi sacchi, si insinuavano negli anfratti della grotta, gole strette e abissali, finché il boato non si dissolveva in un’impercettibile eco. La Grotta del fiume, dalle sorgenti che sgorgano all’interno, è collegata alla Grotta delle tre porte detta anche del bambino, dove fu ritrovato il dente di un fanciullo preistorico. Segue quella dei Giganti: resti umani di dimensioni enormi, che leggenda vuole qui sepolti i giganti uccisi da Ercole libico, o magari ossa di pachidermi, come suggerisce invece la razionalità.
Da terra intanto reclama un po’ d’attenzione la Torre del Marchiello, o quel che ne resta, mentre un’abitazione degli anni ’80 imbruttisce la costa sovrastante la Grotta del drago prima che le spiagge degradino gentili sul litorale: dentro, a sinistra del pilastro centrale, la testa di una murena perfettamente imitata dalla costa sbuca dal soffitto; in fondo vi è un profilo dai tratti umani tutt’altro che vaghi, a destra un coccodrillo enfatizzato dal verde dei licheni, sculture che la pietra ha commissionato al mare per scacciare la noia di certi pomeriggi piovosi. L’ultima scoperta d’una mattinata leuchese sui flutti marini è la Grotta degli innamorati. Solo un tuffo nell’acqua fresca di sorgente, permette di godere dell’inventiva dello Ionio, che qui ha formato un ambiente intimo e suggestivo. Poche bracciate nell’acqua pungente e la vista si abitua al buio graduale, accompagnato dai riflessi del sole sul fondale sabbioso tinto di cromatismi caraibici. Le membra ritemprate riaffiorano su due spiaggette riparate, luogo prediletto dalle coppiette leuchesi per fuggire alla canicola estiva e da occhi indiscreti.

immagini grotte di ponente


Isacco ha da varare una barca, il sole insiste sulla pelle di chi non ha ancora confidenza con i raggi impertinenti: è ora di rientrare alla Leuca di terra, quella alla portata di tutti. I punti colorati all’orizzonte tornano ad essere ville, il faro che da lontano si può stringere tra due dita è di nuovo guardiano imponente, profumi di prelibatezze marinare invitano a pranzo i naviganti stuzzicati nell’appetito dalla salsedine. A est della punta d’Italia il mare, intanto, continua insistente a modellare il suo litorale, mentre ad ovest si fa, caldo e pacato, coccolando i pochi bagnanti, la Madonna di Leuca veglia dall’alto così come, da oggi, farà quella nel mare, proteggendo chi, curioso di tesori celati al cammino, salterà in barca mescolandosi con l’orizzonte, scoprendo la Leuca che si compiace d’esser bella anche da un’altra prospettiva.

 


Pubblicato il 23/06/2011


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