Leuca - Babbarabbà ... ed altri ancora

Storia dei paesi salentini attraverso i soprannomi - Gagliano del Capo

Leuca - "Babbarabbà" ... ed altri ancora

La storia dei paesi salentini raccontata attraverso "ingiurie" e "soprannomi"



Gagliano del Capo
«Capi vacanti»



L’epiteto degli abitanti di Gagliano del Capo è «capi vacanti» (teste vuote): così li gratificano i vicini che hanno provveduto anche a diffondere il solito velenoso aneddoto. Nel sesto giorno della creazione, dunque, il Padreterno e San Pietro si recarono in tutti gli angoli della terra per popolarla. I due arrivavano, modellavano gli uomini con l'argilla, poi il Padreterno metteva nella testa di ciascuno un po' di senno, e quelli si animavano. Giunti che furono a Gagliano, la scorta di senno che avevano portato si era esaurita. Allora il Padreterno disse al com¬pagno di viaggio: «Ho finito il senno, vuoi dire che questo luogo sarà disabitato». «E perché?», rispose San Pietro. «Crea pure gli uomini, e falli senza testa». Ma il Padreterno era perplesso; allora l'apostolo gli venne incontro: «E va bene, falli con la testa, ma senza niente dentro». E così fu. Da qui «capi vacanti».
Ma i vicini, che hanno messo in circolazione questo improbabile aneddoto, non spiegano l'origine dell'epiteto, che si rivela così per quello che è: frutto di malignità e desiderio di beffa nei riguardi dei Gaglianesi, che non avevano mai stabilito rapporti di buon vicinato, preferendo sempre vedersela da soli e ricorrendo all'occorrenza alle spade o ai tribunali, come dimostrano questi due episodi accaduti realmente.
Il 31 luglio 1730, dunque, un giovane di Presicce, Pasquale Zingarello, annegò nelle acque di Leuca. Il suo corpo fu recuperato da alcuni pescatori baresi, e i familiari lo portarono nel Santuario di Leuca, che dipendeva da Cagliano, per seppellirlo. Ma il vescovo, Giovanni Jannello, ordinò che venisse sepolto nella chiesa parrocchiale di Castrignano. I Castrignanesi obbedirono, e caricatasi in spalla la bara si avviarono verso il loro paese, quando furono assaliti da un manipolo di Gaglianesi armati di spade e di pugnali che li obbligarono a riportare il cadavere lì dove lo avevano preso e dove i familiari del morto volevano che fosse sepolto.
Per giustificare l'azione di forza, sindaco e Capitolo di Cagliano, esposero le loro ragioni al vescovo Jannello, il quale però non volle saperne e ordinò che si mettessero subito in pratica le sue disposizioni. Ma i Gaglianesi non se ne dettero per inteso: fecero finta di obbedire, ma portarono il corpo del giovane in paese e ve lo seppellirono. Il vescovo, venuto a sapere del fatto andò su tutte le furie e minacciò scomuniche, sicché i Gaglianesi dovettero cedere, e il povero Pasquale Zingarello fu sepolto a Castrignano del Capo. Un episodio apparentemente insignificante (e d'altro canto l'annegato non apparteneva a nessuno dei due paesi) se non per dimostrare che i Gaglianesi, quando si mettevano qualcosa in testa, erano capaci pure di sfidare l'autorità ecclesiastica, cosa a quel tempo molto più pericolosa di ora.
Un altro episodio che vide i Gaglianesi schierati contro i vicini abitanti di Salignano (frazione di Castrignano del Capo) riguarda l'uso esclusivo delle «pescare», quattro tratti di mare che i baroni dei rispettivi paesi concedevano ai propri pescatori. Perciò, oltre che i cittadini dei due paesi, erano in lite pure i due feudatari. La storia andò alle lunghe e arrivò persine al Sacro Real Consiglio di Napoli (l'attuale Cassazione) finché non la spuntarono i Gaglianesi. Ma non se ne stettero tranquilli: la storia registra una infinità di litigi, zuffe e sassaiole tra Gaglianesi e Salignanesi soprattutto, come i tumulti del 1923, finiti in cariche della polizia e arresti, quando gli abitanti di Gagliano si opposero alla processione della Madonna, che quelli di Salignano volevano fare dal Santuario di Leuca alla marina.
Un caratterino, insomma, e chi ce l'ha non è certo «capu vacante».


Alcuni soprannomi individuali:


Culijàncu (culo bianco), Paraviéntu (paravento; di corporatura robusta), Pepperùssu (Giuseppe il rosso), Pìpulu d'ovu (ii tuorto delle uova; gradiva solo quello, l'albume lo buttava), Trija (triglia), Vinni-pasùli (vendi fagioli). Ed ancora: Barone, Barracca, Cacafócu, Caddartéddhu, Càntru, Carcagnétta, Chiappini, Ciànfa, Cijése, Ciòccla, Cravunàru, Cuccuvàsclu, Cucùzza, Culivjàncu, Dentidóro, Fischéttu, Frabbùtti, Furnaréddhu, Giuda, Giudìtti, Lana, Macùtri, Malàmpa, Malizia, Marsùddhi, Mezzu, Muréddhu, Nclóni, Nnìccu, Nnfillu, Occhi-de-ddóttu, Pajazzéddha, Paraviéntu, Parinti, Paséddhu, Pllltùl, Plntùrru, Pltósu, Plzzicafiche, Pizzicióccla, Prosuméle, Pulifinu, Quadaróttu, Scajùsu, Scardino, Scartallàtu, Scesciu, Scilla, Scórcia, Scotti, Scujózzi, Spaccamùnti, Spinni, Squasatéddhu, Stompacrìta, Sturnu, Tabarrólu, Tauróne, Titri, Trjja, Trùddhu, Zumml.

 

Pubblicato il 08/04/2011


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