Leuca - Babbarabbà ... ed altri ancora

Storia dei paesi salentini attraverso i soprannomi - Castrignano del Capo

Leuca - "Babbarabbà" ... ed altri ancora

La storia dei paesi salentini raccontata attraverso "ingiurie" e "soprannomi"



Leuca - La passione per i libri e la cultura locale salentina  mi ha portato a sbirciare tra volumi e ritagli di giornale alla scoperta di  vecchie notizie e curiosità legate a Leuca ed al Salento in genere. Tra il materiale a disposizione della biblioteca del “Circolo culturale la Ristola”, lo sguardo si è posato  su un volume dalla copertina color arancio. Sfogliandolo,  scopro che si tratta di un libro rilegato, ottenuto dalla raccolta di vari fascicoli. Leggo la data: 1990 ed uno strano titolo: Babbarabbà.  Si tratta di una raccolta a cura di Antonio Maglio; fascicoli in allegato al vecchio giornale il “quotidiano”.  Una interessante raccolta di “soprannomi” ed “ingiurie” dei paesi  salentini.  Si racconta un mondo passato ma straordinariamente presente.  Ancora oggi, nei paesi, le famiglie si riconoscono dal “soprannome” e  le “ingiurie” e rivalità tra comunità  sono all’ordine del giorno.
Pubblicheremo parte di quella raccolta partendo da uno stralcio dell’introduzione (a cura di Antonio Maglio) per poi raccontare le “storie” dei paesi del profondo Salento … i “capustieddhi”, appunto!


T. D.




L'altra faccia della civiltà
di  ANTONIO MAGLIO


Non storpiatevi il nome, che vi resta storpiato per sempre», urlavano le madri. Ma i ragazzi non le stavano ad ascoltare, e imperterriti continuavano a scambiarsi ingiurie come rasoi che lasciavano lo sfregio. E duravano davvero per tutta la vita: Spaccaricotte era un fifone, Cielosereno e Contastelle guardavano sempre in aria, Bellachioma era calvo per la tigna, Bottiglione basso e tondo.
Ma non erano solo i ragazzi la zecca dì questi micidiali fior di conio. L'ingiuria nasceva improvvisa in qualunque momento della vita: erano sufficienti un tic, anche un'abitudine innocente, un episodio all'apparenza insignificante raccontato in osterìa ai compagni di bevute per ritrovarsi il marchio. Era impossibile sfuggirvi: e se Pippi Bellachioma se ne andava in America a lavorare, al suo ritorno, anche quarant'anni dopo, era Bellachioma l'Americano.

Non restavano a fior di pelle le ingiurie. Esse penetravano in profondità e si tramandavano di generazione in generazione, sostituivano il nome ricevuto sul fonte battesimale, e più di esso sapevano ìndicare chi aveva avuto la ventura di trovarsele addosso addirittura prima ancora di nascere.
Fantasia e cattiveria erano gli ingredienti di base, ai quali si aggiungevano malattie, tare e situazioni familiari, dissesti presentì e passati, amputazioni, disgrazie, disavventure, attributi maschili e femminili esuberanti o dimessi, funzioni intestinali difficoltose o abbondanti: tutto tornava utile. E non si aveva pietà di niente e di nessuno.
Gli stessi ingredienti venivano usati per bollare interi paesi, e autori questa volta erano i vicini della collina accanto o al di là della palude. Tramontata l'epoca delle guerre cruente tra campanili, con sangue, morti e stupri, si continuò a combattere quella delle ingiurie, meno cruenta e sanguinaria, ma ugualmente micidiale.



Dalla raccolta “Babbarabbà” ed altri ancora
I soprannomi paesani del Sud Salento


Castrignano del Capo
«Cuzzìddhi»

 

 


Gli abitanti di Castrignano del Capo sono chiamati «cuzzìddhi», specie di lumache piccole  e  commestibili,  per via  di  un aneddoto che li ha come protagonisti. I Castrignanesi, un anno organizzarono la festa in onore di San Giuseppe in un modo particolarmente sfarzoso. All'ora prestabilita, secondo il programma concordato con l'arciprete, iniziò la solenne processione con confratelli, banda, stendardi, e tutta la popolazione. Fino a metà della cerimonia tutto procedeva nel migliore dei modi: l'ordine era rigorosamente rispettato dai fedeli che seguivano composti le mu¬siche che perfettamente accompagnavano i canti sacri, e poi strade pulite e infiorate, balconi addobbati con drappi colorati.
Ma all'improvviso qualcosa cominciò a non andare per il verso giusto perché neri nuvoloni, provenendo da Leuca, facevano presagire una imminente pioggia. E difatti un pauroso tuono rimbombò per l'aria, mentre i primi goccioloni cominiarono a cadere fino a diventare un vero e proprio diluvio. A questo punto, chi da una parte, chi dall'altra, tutti i fedeli si dettero a cercare rifugio e, nel volgere di qualche minuto, sulla via rimase solo la statua di San Giuseppe sotto la pioggia battente. Dopo una buona eretta il maltempo si placò, ma la gente, avendo notato nei campi e nelle strade un'abbondante sortita di lumache, anziché ritornare alla processione, dimentica del povero San Giuseppe, si sparse nella campagna per raccogliere «li cuzzìddhi».
Intanto gli abitanti di Salignano (frazione di Castrignano del Capo), che avevano partecipato alla processione, avendo notato l'atteggiamento poco riverente dei Castrignanesi nei confronti del santo, si presero la statua e la portarono a Sali¬gnano dove la collocarono nell'attuale chiesetta di campagna. Da quella remota memorabile processione la statua spettò ai Salignanesi, che da allora ebbero il diritto su di essa e il privilegio di organizzare la festa. I Castrignanesi perdettero statua e festa, e si buscarono l'epiteto di «cuzzìddhi».




Alcuni soprannomi individuali (Leuca e Castrignano)

 


Africàni!
(soprannome affibbiatogli al ritorno dalla guerra di Libia), Ballaccóne (era imbarcato su una nave da guerra ad Ancona. Guardando l'albero della nave su cui si issavano i palloni di segnalazione, anziché dire al marinaio «Scendi il palIone!», si espresse così: «Ehi, tu, scendi il baloccone!». Da quello sproloquio raccontato ai paesani derivò il soprannome), Briscula (dal gioco delle carte), Cacaróni (fifoni), Camisanétta (camicia bianca; era povero in canna, possedeva solo una camicia bianca che indossava sempre), Capiróssu (dai capelli rossi), Cciómmoli (era perennemente appisolato), Cistaréddhri (falchi, rapaci), Màfia (portava sempre occhiali neri), Mangiaculùmmi (mangia fioroni; stupido), Mulinarti (che lavora al mulino), Parsiùne (bisognava dividere una quantità di pesce. Con i pescatori c'era un ragazzo. Il capobarca disse che bisognava tener conto solo degli adulti. Il ragazzo, che si vide escluso, esclamò: «Puru jéu su parsiune» - Pure io sono persona. - E da allora fu chiamato Parsiune), Passacravótti (passava attraverso tutti i buchi; s'intrufolava dappertutto, le tentava tutte per cercare un lavoro e sfamare la famiglia), Pecuravécchia (pecora vecchia), Pinticanisce (dipinge canestri), Pisciapàja (piscia-paglia), Pistolèri! (da ragazzo era appassionato di pistole-giocattolo e del mondo dei western), Previtirésti (preti acerbi, aspri, esageratamente religiosi), Purginélla (Pulcinella; indossava sempre un abito bianco con scarpe nere), Ricchilóngu (orecchie lunghe; il primo a conoscere ogni fatto e ogni pettegolezzo del paese), Scasciapignàte (rompi pignatte), Scòrtami (brutto come lo scorfano), Scuperchia-tajéddhre (avendo il compito di portare la minestra agli operai sollevava, strada facendo, il coperchi della «tajéddhra», il contenitore, e approfittava del contenuto sicché il pasto giungeva a destinazione pressoché dimezzato).
 

 

Pubblicato il 05/04/2011


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