Leuca - A Rischio di crollo l’ex Colonia Scarciglia

A Rischio di crollo l’ex Colonia Scarciglia

Lo storico edificio che doveva diventare un albergo di lusso giace da anni nel degrado. E incombe il pericolo

di mauro ciardo

Leuca – L’ex colonia Scarciglia marcisce da quasi dodici anni sotto i colpi delle intemperie e degli atti vandalici. Un bene pubblico che, se sei dovesse tardare ad intervenire, potrebbe diventare irrecuperabile. Perché il rischio di crolli è ormai dietro l’angolo.

Tra degrado totale e discariche a cielo aperto, uno degli edifici simbolo del promontorio De Finibus Terrae, immortalato nelle più belle immagini della località costiera, sta morendo abbandonato al suo destino mentre è ancora in corso una guerra a colpi di carte bollate tra Demanio e Provincia.

La colonia antitubercolare fu edificata nel 1921 ai piedi del promontorio sovrastante il faro della Marina Militare. Una struttura destinata alle cure delle malattie dei pazienti provenienti da tutta la Terra d’Otranto, dall’anno successivo affidati alle suore Salesiane dei Sacri Cuori.

Per decenni ha accolto sia malati che  scolari. Nel periodo successivo alla seconda guerra mondiale è stata infatti utilizzata come ospedale in cui hanno partorito decine di donne profughe di varia nazionalità (tenti ebrei, tra gli altri, hanno visto la luce tra quelle stanze). Poi è stata trasformata per un breve periodo in sede scolastica, infine negli anni ’70 l’abbandono, fin quando un progetto di recupero stava per farle rivivere i fasti di un tempo.

Nel 2005 un progetto del finanziere Roberto Colaninno prevedeva la trasformazione in un albergo extralusso, con annessa beauty farm nel retrostante edificio scolastico del Comune di Castrignano del Capo. Il recupero prevedeva anche la salvaguardia della storica facciata monumentale, proprio per la sua integrazione con il contesto architettonico circostante (si trova accanto alla scalinata monumentale e alla cascata dell’Acquedotto pugliese) immortalato in milioni di cartoline.

Un sequestro per abusi edilizi congelò tutto e solo nel 2009 tutti gli indagati vennero prosciolti da ogni accusa. Da quel momento però, gli investimenti sono volati altrove.

Il cantiere oggi è spettrale. Tutto è fermo, cristallizzato a quel 15 marzo 2005, giorno in cui vennero messi i sigilli. Il cancello di ferro, arrugginito e sgangherato, è solo un ostacolo precario a quanti attraversano il piazzale per raggiungere Punta Meliso, zona ottimale per la pesca da scoglio.

Tutta l’area è una bomba ad orologeria dal punto di vista ambientale. I ponteggi montati stanno per cadere perché i ganci ormai corrosi non riescono più ad assicurarne la tenuta. I cumuli dei conci tufacei pronti per essere utilizzati per le tramezzature delle stante sono erosi dal vento. I servizi igienici e l’ufficio di cantiere sono soltanto un lontano ricordo perché i gabbiotti in materiale coibentato sono distrutti, invasi da spazzatura di ogni genere. Sulla linea marcapiano del grande ballatoio rotoli di guaina impermeabilizzante esposti alla pioggia, alla salsedine e al sole probabilmente stanno rilasciando sostanze nocive che cadono su un terreno assolutamente permeabile. E sotto quel terreno, va ricordato, ci sono gli anfratti naturali delle grotte Cazzafri.

Quelle che dovevano essere le hall e le stanze dell’accoglienza finora hanno ospitato solo bivacchi e gente che ha lasciato frasi ricordo verniciate a spray sui muri. Una di queste invita ad abbattere l’immobile.

Alle spalle della struttura la vegetazione si sta riprendendo il posto che un tempo era suo, con il problema che adesso le radici degli alberi, in particolare dei pini nel frattempo nati tra i pilastri di cemento, potrebbero minare la stabilità dell’edificio.

Pubblicato il 02/11/2016


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