Curiosità da Leuca - Ma dov’è Finibusterrae di Antonio Errico

A cura di Totò Vallo

 

Dimenticare le parole di Luigi Corvaglia. Un intero romanzo. Dove si narra di antichi e recenti Dei terminali, di Finibusterrae (ma Corvaglia usa la forma Finibusterre), scheletro gigantesco spazzato dal vento, della roccia calva che si trascina carponi fino al mare, di spiagge flagellate e róse. Dove si narra di uomini che si muovono assorti e lenti, seguendo il ritmo intimo di una monotonia, che parlano come se ruminassero, lentamente, una lingua aspra,cupa, povera di immagini, virile, quasi ieratica, latina ed ellenica ancora, in buona parte. Così dice Luigi Corvaglia.Sono uomini che sorridono di rado, dice. Il loro riso è uno spasmo. La lotta secolare con la terra e coi turcheschi li ha trasformati in creature chiuse e sospettose.

Ancora. Dice Don Paolo, un personaggio del romanzo di Corvaglia: «Il Signore per dar forma all’anima salentina scelse la pietra. Dalla roccia veniamo e vi ritorniamo». Poi dice che noi siamo pietra viva che resiste all’acciaio, ma che nel momento in cui viene segnata conserva in eterno l’impronta della passione .

Allora dov’è Finibusterrae? Forse può essere ogni luogo oppure nessun luogo.Può essere Leuca, Otranto, Castro, Gallipoli, Santa Cesarea, oppure qualsiasi altro piccolo o grande paese. Forse dipende soltanto dal senso che attribuiamo al nostro essere ed esistere in questa penisola della penisola, che realmente finisce dove comincia quella metafora dell’infinito che è il mare. Dipende dal nostro modo di guardare il mare che ci ri/guarda, dai desideri che stringiamo nello sguardo, dall’istinto di navigazione o di sconfinamento, dal valore che hanno per noi lo spazio e il tempo.Oppure, forse, Finibusterrae non esiste. È un luogo del pensiero. Soltanto un viaggiatore straniero può delimitarla nelle coordinate di una geografia.Chi è nato qui e nascendo ha visto la condizione di confine, di strapiombo, e crescendo ha compreso – o anche solo sentito – il senso del vivere sull’argine dell’infinito, ha in qualche modo sottratto Finibusterrae perfino al tempo della storia.Ha collocato questo luogo nei territori dell’immaginazione; nella sfera della sensibilità e della percezione; lo ha trasformato in archetipo; su una realtà storica, geografica, antropologica originaria ha costruito un’altra realtà:fantastica, immaginaria, letteraria. Una finzione che, probabilmente come ognialtra finzione, trova il motivo e l’occasione nella realtà che però poi viene cancellata o comunque notevolmente offuscata da quella stessa finzione che ha generato. Allora Finibusterrae non è altro che letteratura. È un oltre, un altrove. È un luogo del logos. È un paese interiore. Un’idea creata dalle parole. È un luogo vicino e lontano che vive il solito destino che è dato a tutti i luoghi che ad un certo punto cadono sotto il dominio della scrittura. È un destino che li svuota diogni realtà. Li rende invisibili o comunque distanti: tanto distanti da diventare irriconoscibili, incomparabili con i luoghi reali.Finibusterrae è una nostalgia che la scrittura cerca di alleviare. Ma è una nostalgia di cose mai state, di una piccola immensa patria mai perduta perché mai davvero abitata. Allora Finibusterrae è un luogo irriconoscibile,incomparabile. Forse irreale. Forse è soltanto il luogo di una memoria inventata, un passato inventato, un presente inventato, un futuro pensato sulle figure di questa invenzione.Così chi va a Finibusterrae non potrà arrivarci mai. Si può andare solo verso Finibusterrae: continuamente, all’infinito verso questo luogo, verso questa nominazione che contiene un orizzonte vago, la contraddizione poetica dell’illimitatezza nella limitazione del significato.

Pubblicato il 16/09/2020


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