Gagliano del Capo - Bidoni di veleni nascosti sotto terra

In un'antica fossa in località Valiano

 ALLARME AMBIENTE INQUIETANTE SCOPERTA DI DUE CITTADINI IN UN’ANTICA FOSSA GRANARIA DI CASALE VALIANO

Bidoni di «veleni» nascosti sotto terra


GAGLIANO DEL CAPO. L’antico casale di Valiano trasformato nel cimitero dei bidoni tossici. Ingloriosa fine per uno dei tanti centri urbani salentini che oggi, non fosse stato per l’invasione turca di fine '500, forse sarebbe ancora abitato. Il sito, posto proprio sul confine tra Alessano e Gagliano del Capo, anziché metà degli archeologi è diventato il «caveau» degli inquinatori ambientali. Qui, lontano da occhi indiscreti, viene gettato di tutto. 
E non solo rifiuti, purtroppo «comuni» nelle campagne del Salento. Ora una scoperta ancor più allarmante. Nelle fosse granarie medievali sono stati occultati bidoni in metallo che contenevano prodotti chimici per le calzature, i cui residui potrebbero essere andati a finire nel terreno, mettendo a rischio l’ecosistema dell’area. Tutt'intorno infatti ci sono coltivazioni, tra cui pomodori e altri ortaggi. A segnalare il rinvenimento sono stati due cittadini di Gagliano, l’ appuntato dei carabinieri in pensione Silvestro Sergi, e il fotografo amatoriale Orazio Coclite . Entrambi, amanti della natura e delle lunghe passeggiate a piedi, davanti a una buca piena di fusti ci sono arrivati quasi per caso, ponendosi tanti interrogativi, fino a segnalare il caso ai carabinieri della Compagnia di Tricase. 
Si tratta di una fossa anticamente usata per conservare le derrate alimentari (per l’inverno o per salvarle dalle mani dei predoni). Valiano infatti è stato un villaggio abitato sin dai tempi bizantini. Prova ne sono il ritrovamento di monete risalenti a Romano I (che regnò dal 920 al 944). Scomparve come sito abitato tra il 1568 e il 1582, ma restano i documenti d’archivio con il numero di abitanti (630 prima della scomparsa), i nomi dei feudatari, dei sindaci e delle due chiese, la cappella del Santissimo Crocifisso e la parrocchiale di San Martino. Dell’ultimo edificio sacro restano ancora visibili le murature e la fossa inquinata dai contenitori tossici si trova nelle vicinanze dell’ingresso. La buca si apre su un’area pubblica, perché ubicata in uno slargo adiacente alla strada non asfaltata. All’interno si contano almeno cinque fusti che un tempo potevano contenere fino a dieci chilogrammi di sostanza adesiva per le tomaie. Un altro fusto si trova in superficie, accanto all’imboccatura. Altri potrebbero essere stati nascosti più in profondità. Gli scopritori ovviamente non hanno toccato nulla per non correre rischi, ma l’obiettivo della macchina fotografica ha potuto leggere alcuni particolari come i codici identificativi della sostanza contenuta e la ditta che l’ha prodotta. Del caso si starebbe occupando, oltre alla compagnia di Tricase diretta dal capitano Andrea Bettini, anche il nucleo operativo ed ecologico di Lecce, guidato dal capitano Nicola Candido. Non sono esclusi sviluppi nelle prossime ore. Come non si esclude un intervento su un cumulo di eternit che sorge nelle vicinanze, che a prima vista sembrerebbe trattato con vernice rossa per essere smaltito attraverso i centri autorizzati ma che, chissà come, è finito qui.

mauro ciardo

Pubblicato il 15/06/2009


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