La moglie di Massimo Novelli:
«Tra i precari pure persone sospette»
La vedova: «Mio marito voleva un'inchiesta». Dopo il sì del gip ad altre indagini sul manager suicida
Salento - Tre mesi per rincorrere «la verità» possono bastare, perché Monica Fersino, all’ipotesi del suicidio di suo marito, Massimo Novelli, già manager di Sanitaservice, non ci ha mai creduto e non ci crede neppure adesso. Sono passati quasi quindici mesi da quel maledetto 25 agosto 2011, quando le diedero la notizia più brutta della sua vita. Da allora è stato il buio, appena rischiarato, venerdì scorso, dalla decisione del giudice per le indagini preliminari di Taranto, Martino Rosati, di non archiviare il caso.
Signora Fersino, come ha accolto il no all’archiviazione?
«Quanto meno la giustizia mi sta ascoltando concedendo altri novanta giorni per indagare».
Ora cosa spera che accada?
«Che venga fuori qualcosa di importante. Io al suicidio non ci credevo allora e non ci credo adesso. Si potrebbe dimostrare, se non che Massimo è stato ucciso, quantomeno che sia stato indotto a togliersi la vita. Io so com’era mio marito; un gesto del genere non lo avrebbe mai fatto, non solo per me, soprattutto per i nostri figli».
Ne è certa?
«Sì. Uno come lui, metodico, preciso, estremamente riflessivo, non poteva uccidersi. E anche ammettendo che ne avesse avuto l’intenzione, avrebbe lasciato un segno per spiegare».
Che segno?
«Una lettera, un biglietto, perché un domani i nostri figli potessero avere una risposta alle loro domande».
Gli investigatori della Procura della Repubblica di Taranto e le forze dell’ordine a parer suo hanno fatto tutto quello che si aspettava?
«Forse gli accertamenti disposti adesso, sulla bottiglia di acido muriatico trovata in macchina e sui vestiti, avrebbero potuto farli prima».
Suo marito era turbato?
«Direi preoccupato per come andavano le cose sul lavoro, tanto che aveva preparato la lettera di dimissioni».
Le parlava dei suoi problemi?
«Mi disse che aveva fatto degli accertamenti su alcuni nomi inseriti nella lista delle persone da assumere».
Ebbene?
«Ne ricavò che qualcuno aveva pendenze penali aperte e che lui non avrebbe potuto prendere gente con la fedina penale sporca. Questa cosa lo preoccupava non poco. Non voleva che qualcuno lo accusasse di avere assunto persone non idonee. Aveva intenzione di inserire una clausola con la quale si riservava di approfondire, dopo l’assunzione, le posizioni di alcuni».
Signora Fersino, per concludere: chiede che si indaghi meglio su questo punto?
«Vorrei che si indagasse a 360 gradi. Non intendo incaponirmi, desidero solo la verità».
fonte: corrierredelmezzogiorno a firma Antonio Della Rocca
Pubblicato il 25/11/2012

















